L’IMPATTO DEI MASS MEDIA SULLA ALIMENTAZIONE

In questo spazio si intende disquisire su una problematica che vede coinvolte diverse entità a partire dal singolo individuo sino alla società nel complesso e ai mezzi che influenzano entrambe queste identità e mediante i quali ciascuno di essi influenza l’altro.

La salute è un diritto e la corretta alimentazione è uno dei punti cardine su cui si costruisce quello stato di completo benessere fisico e mentale a cui tutti dovrebbero puntare.

Spesso però questo si scontra con dinamiche sociali complesse, necessità lavorative e debolezze individuali che distolgono l’attenzione da quelli che sono bisogni primari e finiscono con l’innescare dei circoli viziosi da cui è difficile uscire.

Ogni giorno, in generale, si cerca di essere accettati dagli altri, di non essere da meno, di adeguarci anche inconsciamente a quelli che sono i diktat sociali e quando ci si confronta coi i propri simili non si può prescindere dal riuscire a dare una “buona immagine” di se stessi, che molto spesso non è tanto legata alle capacità intellettive o di gestione dei rapporti interpersonali o di competenze lavorative, bensì di apparire esteticamente piacenti e catturare l’attenzione dell’altro soprattutto con una “bella presenza”.

I media hanno inculcato nella popolazione l'idea che per essere socialmente accettati, bisogna misurarsi in kg e cm e si finisce col quantificare il valore di sé sul piatto di una bilancia. È comunemente accettato che se si è magri si è belli.

Per strada, sul lavoro, in palestra si è sottoposti continuamente a messaggi pubblicitari con icone dello spettacolo, modelli da copertina e manichini da passerella che risultano essere perfetti, contribuendo ad instaurare un clima di insoddisfazione e ad un abbassamento della propria autostima. Poste queste basi, innescato il desiderio di cambiamento rapido e radicale, si apre un mercato di integratori, di prodotti dimagranti, di diete improvvisate che promettono grandi risultati in tempi brevi ma che fondamentalmente fanno rimpinguare le casse di chi sa approfittare di questi meccanismi psico-sociali.

Aprendo un giornale, entrando su un social si può notare come abbondino annunci pubblicitari in cui un banale oggetto di uso comune è associato a un fisico statuario, che impone all’imitazione. Talkshows televisivi, d’altro canto, mostrano come si può modificare il proprio corpo, portando in scena modelli da non seguire, pianificando dibattiti tra nuovi pseudo-nutrizionisti che sperimentano su soggetti obesi che necessiterebbero invece di un serio intervento medico.

I media non informano ma promuovono figure quasi disegnate che catturano lo sguardo dello spettatore, andando ad influire sull’immaginario collettivo e riprogrammando il concetto di bellezza che diventa tanto superficiale quanto irraggiungibile, così perfetta da divenire irreale, tanto scolpita quanto priva di contenuti.

Baudelaire diceva che: “la seduzione che si sprigiona dalla moda è una sollecitazione verso il bello quale ideale che muove lo spirito umano sempre insoddisfatto e la donna incarna questa seduzione, legata ad ornamento ed apparenza”. Bene, oggi si può affermare che gli uomini sono interessati dall’argomento tanto quanto le donne.

La nostra può essere definita una “somatic society” in cui il corpo e l’arte di apparire sono criteri alla base del successo personale ed ecco che fallimenti sul posto di lavoro, possibili derisioni tra i banchi di scuola vengono ricondotti essenzialmente alla forma fisica che deve essere senza ombra di dubbio dominata dalla magrezza. È una competizione non tra chi è più bravo, ma tra chi è più magro.

Questa eccessiva preoccupazione per il peso porta all’autoimposizione di diete ferree, costringendo a un continuo monitoraggio del proprio corpo, servendosi di programmi alimentari sbagliati, e di rimodellamento dello stesso, sottoponendosi ad esercizi fisici ossessivi o che prevedono l’uso di sostanze che non passano da una supervisione medica.

Prendendo spunto dalle teorie di Michel Foucault, si può inquadrare il fulcro del problema: c’è un potere che partendo dal basso incide sull’organizzazione della società nel suo complesso, instaurando nuove forme di sapere. Chiaramente bisogna chiedersi se questo sapere è sbagliato o meno. Essenzialmente chi si affida a percorsi alimentari rigorosi, sta già contribuendo a riprogettare la cultura del contesto sociale a cui appartiene, riprogrammandone i criteri di riferimento.

Si consideri l’esempio di cosa si intende per “perdere peso”, in realtà bisognerebbe dire “perdere grasso”, ma nella maggior parte dei casi un’alimentazione non corretta, eccessivamente restrittiva fa ridurre i liquidi e la massa muscolare. A lungo andare ci si accorge che i risultati non sono quelli attesi, compare insoddisfazione, ansia, fame e si riprende a mangiare quel che si trova.

Accanto a questo si pone un altro problema: la disponibilità e la reperibilità di cibi sani. È sotto gli occhi di tutti che è più facile trovare una merendina che un frutto. Quindi se da un lato ci spaventa il grasso, dall’altra è la prima cosa che ci viene venduta.

La distribuzione del tempo nell’arco di una giornata, improntato primariamente alla produzione in campo lavorativo e che lascia poco spazio da dedicare a sé stessi, non aiuta: si è portati a consumare preferibilmente cibi veloci e conservati e questo deriva anche da cattive abitudini che si trascinano dietro dalla tenera età, in cui sono permessi alimenti spazzatura, ad alta densità calorica. È in questa fascia di età che vengono già gettate le basi per quelli che sono i disturbi del comportamento alimentare, noti come DCA.

Da non tralasciare altri aspetti tra cui i metodi di packing, alquanto accattivanti, e la composizione di determinati cibi poco sani, non a caso la maggior parte di questi sono pieni di zuccheri, grassi e sale, che attivano aree cerebrali coinvolte nella ricompensa e nel piacere, stimolando una sorta di dipendenza in quantità ed intensità che a volte risultano superiori a quanto potrebbero fare alcune droghe. Alimenti dall’alto indice glicemico creano picchi di iperglicemia e poi di ipoglicemia reattiva, stimolando nuovamente la fame. Il passo verso situazioni di sovrappeso e disfunzioni metaboliche è breve.

Quindi ci si trova di fronte a questa dicotomia: la società ci inserisce in un contesto di ricerca della perfezione fisica, ma dall’altra ci indirizza verso percorsi alimentari sbagliati. In questa eterna lotta la spuntano diete dell’ultimo minuto, inventate da riviste, consigliate da personal trainer improvvisati, diffuse da personaggi famosi, che prendono la via del passaparola e divengono elementi da click-baiting di palese riscontro e purtroppo anche di notevole successo.

Di diete-bufale ne esistono svariate tipologie: iperproteiche, diete del gruppo sanguigno, diete a base di carne, con lassativi, con cibi esclusivamente crudi, a base di centrifugati, chetogeniche con sondini, diete senza glutine e addirittura con flebo vitaminiche. Molte adottate da divi di Hollywood che però puntualmente devono poi ricorrere ad interventi medici salvavita per scongiurare rischi gravi per la salute.

Ci si addentra in un discorso che è troppo standardizzato e non tiene conto delle differenze tra soggetto e soggetto, prescinde da sesso, età, etnia, abitudini personali, attività fisica e lavorativa, sedentarietà, familiarità per determinate patologie e via dicendo.

È stato visto che il 95% dei soggetti che si sottopongono a questi regimi restrittivi, in realtà recuperano il peso perso nei 2 anni successivi. Questo perché non essendo prescritte da dietologi e nutrizionisti, concorrono a dare disturbi del comportamento alimentare e portano peraltro ad un sovrappeso secondario dovuto al rallentamento metabolico che hanno instaurato tali percorsi nell’organismo. 

Parallelamente a ciò i mass-media sganciano spots su quelle che potrebbero essere buone abitudini, ma che frequentemente sono estrapolate dal giusto contesto: ad esempio consigliare il consumo di frutta e verdura, non deve ridurre un pasto ad un semplice smoothie.

Bisognerebbe cominciare a parlare di educazione e di disciplina alimentare. Ma non è così semplice se si viene costantemente bombardati da esempi alquanto discutibili.

Malattie cardiovascolari e neurodegenerative trovano terreno fertile in soggetti che hanno di base processi infiammatori ma anche di insulino-resistenza, causati proprio da una alimentazione scorretta. Lo stress ossidativo che ne deriva è capace di accendere processi importanti che sottendono l’invecchiamento tanto quanto malattie sia acute che cronico-degenerative.

In definitiva la giusta informazione risulta fondamentale nella costruzione di un nuovo concetto di alimentazione, ma si può ottenere soltanto laddove l’influenza mediatica resta confinata, valutata sotto una luce critica e sempre subordinata alla conoscenza medica.

Vittoria Rampino – Medicina e Chirurgia, Università degli Studi di Bari “Aldo Moro”

 

Dieta e miracoli: ecco perché non vanno d’accordo

Abbiamo analizzato nel dettaglio due modelli di dieta formulati e proposti da Valter Longo, Professore di Biogerontologia e Direttore dell'Istituto sulla Longevità all'USC (University of Southern California) - Davis School of Gerontology di Los Angeles e direttore del programma di Oncologia e longevità in IFOM, e da Pierre Dukan, medico e nutrizionista francese attualmente radiato dall’Ordine per sua stessa richiesta: stiamo parlando della dieta mima digiuno e della dieta Dukan.

  • La dieta del prof. Longo si propone come un regime alimentare in grado di riprodurre nell’organismo gli “effetti benefici del digiuno”, rappresentati, secondo i suoi studi, da un ridotto rischio di sviluppare cancro1, diabete e malattie cardiovascolari2, da un miglioramento della rigenerazione cellulare e delle facoltà cognitive3 nonché da un notevole .

Qual è stato il punto di partenza per queste affermazioni? Le attenzioni dei ricercatori sono da sempre puntate su quei gruppi di popolazione (es. i Sardi, i Giapponesi dell’isola di Okinawa ecc.) caratterizzati da una durata media della vita maggiore rispetto alla popolazione generale: il focus delle ricerche è rappresentato dallo stile di vita, in particolar modo dall’alimentazione, che nei casi in questione è basata principalmente su cibi di origine vegetale (cereali, verdure, alghe ecc.) e pesce. Un altro aspetto molto importante è rappresentato dalle quantità: il regime alimentare di queste popolazioni, infatti, è quasi sempre caratterizzato da una moderata restrizione calorica.

Un ulteriore passo nelle ricerche del team di Longo è stato fatto con uno studio4 del 2015 condotto su un gruppo di ecuadoriani affetti da sindrome di Laaron (deficit del recettore del GH) che, pur conducendo uno stile di vita non salutare ed essendo inoltre obesi, vivevano mediamente più a lungo dei loro connazionali e nel corso della vita non sviluppavano né diabete né cancro (valutate come cause primarie di morte).

L’attenzione del prof. Longo si è quindi focalizzata proprio sul possibile ruolo del GH (anche noto come ormone della crescita) nel determinare lo sviluppo di patologie metaboliche e neoplastiche che sarebbero responsabili di una ridotta aspettativa di vita. In particolare, il suo scopo è stato quello di pianificare un regime alimentare che, mediante il digiuno controllato, fosse in grado di ridurre periodicamente e temporaneamente i livelli di GH: la secrezione dell’ormone, infatti, è stimolata da numerosi fattori, tra cui proprio l’introduzione di proteine con la dieta.

Dopo aver osservato gli effetti del digiuno su organismi più semplici (ad esempio il S. cerevisiae), Longo ha formulato un modello alimentare che si potesse applicare all’uomo. Il piano alimentare proposto ha la durata di 5 giorni e prevede l’assunzione di 1150 kcal il primo giorno (10% proteine, 56% grassi, 34% carboidrati), da ridurre a 800 kcal per i successivi quattro giorni (9% proteine, 44% grassi, 47% carboidrati); la dieta è a base vegana e l’intervallo tra un ciclo ed il successivo è solitamente di un mese. Possono sottoporsi alla dieta soggetti dai 20 ai 70 anni, ma è fortemente controindicata in diabetici insulino-dipendenti, sportivi (per il forte consumo di glicogeno muscolare indotto dal digiuno), pazienti sottopeso/affetti da anoressia, persone durante la fase di accrescimento.

In un primo trial clinico pilota3, Longo ha valutato gli effetti di tre cicli successivi su 19 volontari sani, evidenziando come al termine dell’esperimento si registrasse un significativo calo della glicemia a digiuno (correlata all’insorgenza del diabete di tipo II), dell’IGF-1 (fattore di crescita i cui livelli pare siano collegati all’insorgenza di tumori) e del grasso corporeo, soprattutto a livello addominale; tuttavia, a differenza di quanto evidenziato per i lieviti e i topi analizzati nello stesso studio, non emergono dati circa il rinnovo cellulare. Risultati simili sono stati ottenuti in un secondo studio più recente (2017), condotto questa volta su 102 candidati, i quali mostravano una riduzione nel breve termine dei fattori di rischio analizzati prima.

Analizzando nel dettaglio gli articoli, emergono però alcune problematiche:

  • non si chiarisce il tipo di alimentazione che i volontari seguono tra un ciclo di dieta e l’altro (ai partecipanti si chiede solo di tornare al regime alimentare precedente e di non modificare le proprie abitudini);

  • i criteri di randomizzazione tengono conto dell’età e del sesso dei partecipanti, senza considerare abitudini alimentari e stili di vita (fattori come tabagismo o pratiche sportive possono influenzare notevolmente gli outcome analizzati);

  • la durata dello studio (3 mesi) risulta troppo breve per poter valutare eventuali effetti a lungo termine (cosa che invece dovrebbe essere fatta per una dieta ritenuta capace di aumentare l’aspettativa di vita da 5 fino addirittura a 10 anni);

  • manca inoltre un confronto che permetta di valutare gli effetti della dieta rispetto ad altri regimi alimentari (ad esempio la dieta ).

Proprio per i “punti deboli” evidenziati, molti esponenti della comunità scientifica italiana, come Enzo Spisni, Professore aggregato di Fisiologia della Nutrizione e Alimentare ed Educazione alla Salute all’Università  di Bologna, Francesco Iarrera, Responsabile Centro di Riabilitazione Nutrizionale, e Faillaci Antonino, Medico Specialista di Medicina Interna e Responsabile Centro Metamorfosi, hanno cercato di arginare l’entusiasmo con cui questo protocollo alimentare è stato accolto e diffuso dai mass media (basta digitare “dieta mima digiuno” su Google per vedere comparire sulla propria home page numerosi siti, più o meno affidabili, che la propongono come dieta della longevità anti-cancro, gridando quasi al miracolo).

I medici italiani hanno sottolineato come i fattori di rischio analizzati siano innanzitutto influenzati da meccanismi più complessi della sola dieta, come le patologie cardiovascolari ed il diabete di tipo II possano essere opportunamente prevenuti anche praticando attività sportiva e seguendo la “classica” dieta mediterranea7,8,9 (sostenuta da numerose evidenze scientifiche consolidate – abbiamo scelto di citarne soltanto alcune, dalle più vecchie alle più recenti) e che i dati a disposizione di Longo non siano ancora sufficienti per poter accreditare la dieta mima digiuno come scientificamente provata. Da qui il loro impegno, anche attraverso la divulgazione online, per evitare che un dato emerso da studi, condotti principalmente su cellule e animali da laboratorio, possa essere usato impropriamente, con il rischio di diffondere informazioni scorrette che potrebbero anzi risultare dannose per la salute umana.

 

  • Un altro esempio della facilità con cui informazioni non accurate da un punto di vista scientifico si diffondano, è fornito dalla dieta , inventata dall’ex medico francese che le ha dato il nome. Questo regime alimentare si propone come un metodo sicuro ed efficace per perdere peso in poco tempo, facendo affidamento su una dieta iperproteica, basata su una lista di 100 alimenti “approvati” dallo stesso Dukan.

La dieta si compone di quattro fasi, ognuna delle quali ha uno scopo ben preciso:

  • Fase di perdere peso rapidamente utilizzando 72 dei 100 alimenti concessi, tutti ad elevato contenuto proteico;

  • Fase di si alternano giorni con un’alimentazione uguale a quella della fase precedente e giorni in cui si possono mangiare anche gli altri 28 cibi, rappresentati sostanzialmente da verdure;

  • Fase di serve a reintegrare in maniera graduale gli alimenti esclusi nelle prime due fasi e la sua durata è proporzionale all’entità del peso perso (10 giorni per ogni chilogrammo);

  • Fase di tre semplici regole (20 minuti di camminata al giorno, 3 cucchiai di crusca d’avena al giorno e un giorno a settimana di proteine pure) per mantenere il peso ideale raggiunto.

Dalla sua invenzione (1975) ad oggi pare esista un unico studio che provi l’efficacia e i benefici della dieta Dukan: si tratterebbe di un’analisi condotta all’American College of Nutrition dal dott. Jay Udani di cui non si trova traccia in letteratura (nemmeno sul sito dell’ACN) ma che è riportata dal sito ufficiale della dieta Dukan.

Oltre all’impossibilità di reperire informazioni scientificamente accurate (il che dovrebbe essere sufficiente a dissuadere chiunque dall’intraprendere questo tipo di alimentazione), la dieta si è rivelata dannosa per moltissimi aspetti, alcuni dei più importanti sono rappresentati da:

  • squilibrio nutrizionale (carenza di fibre e vitamine per il ridotto apporto di frutta, carenza di carboidrati che induce chetoacidosi, con affaticamento di fegato e reni, disidratazione);

  • assenza di personalizzazione del regime alimentare (la dieta è standardizzata, uguale per tutti);

  • diseducazione alimentare

  • impossibilità di seguire un regime iperproteico per lungo tempo (la stessa fase d’attacco non può durare per più di due settimane senza che si corrano rischi gravi come la compromissione della funzionalità renale)

Nonostante la dieta in questione non sia riconosciuta come scientificamente valida, è sufficiente, anche in questo caso, eseguire una rapida ricerca su Google, acquistare il programma online e iniziare. Complici della forte diffusione del metodo Dukan, i media, in ogni loro forma, e l’entusiasmo legato alla facile e rapida perdita di peso, che distoglie l’attenzione dalle possibili ripercussioni sulla salute.

Imma Mazzetto, Università degli Studi di Napoli “Federico II”

 

 

Riferimenti:

  1. Di Biase S, et al. Fasting-Mimicking Diet Reduces HO-1 to Promote T Cell-Mediated Tumor Cytotoxicity. Cancer Cell. 2016;30:136–46. doi: 10.1016/j.ccell.2016.06.005. 

 

  1. Wei M, et al. Fasting-mimicking diet and markers/risk factors for aging, diabetes, cancer, and cardiovascular disease. Sci Transl Med. 2017 15;9(377). pii: eaai8700. doi: 10.1126/scitranslmed.aai8700.

 

  1. Brandhorst S, et al. A periodic diet that mimics fasting promotes multi-system regeneration, enhanced cognitive performance and healthspan. Cell Metabolism. 2015;22(1):86-99. doi: 10.1016/j.cmet.2015.05.012.

 

  1. Guevara-Aguirre J, et al. GH Receptor Deficiency in Ecuadorian Adults Is Associated With Obesity and Enhanced Insulin Sensitivity. J Clin Endocrinol Metab. 2015;100(7):2589-2596. doi: 10.1210/jc.2015-1678

 

 

I DISTURBI DEL COMPORTAMENTO ALIMENTARE (DCA)

Attualmente, anoressia e bulimia nervosa risultano essere un problema di salute pubblica di rilievo. Le percentuali per i due disturbi si attestano intorno allo 0.4-0.9% e lo 0.9-1.5% rispettivamente (APA 2013). Nel mondo occidentale, rappresentano un disagio notevole, specialmente fra le adolescenti e le giovani donne. Il picco di insorgenza infatti risulta avere un andamento bimodale: tra i 14 e i 20 anni e tra i 30 e i 35 anni.

 

Il comportamento è il fulcro dell’essere umano, rappresenta, infatti, l’espressione della personalità dell’individuo e l’interazione di esso con il mondo circostante per soddisfare i propri bisogni e il proprio essere.

I soggetti con DCA si focalizzano sulla loro immagine fisica come strumento di relazione sociale e posseggono una visione distorta della loro percezione corporea che si riassume nel nucleo fondamentale della patologia: “la paura di ingrassare”. Sulla base di questo, mettono in atto comportamenti di controllo volti a regolare l’introito di cibo, associati a episodi di perdita del controllo, da cui derivano condotte di compenso per evitare l’aumento di peso.

Nella moderna psicologia, la causa viene ricondotta ad un’accezione bio-psico-sociale. Non possiamo riferirci ad un singolo evento specifico ma ad un insieme di fattori che agiscono in un individuo con una determinata predisposizione. Importante in tal senso è il ruolo svolto dalle figure di attaccamento, quello che potremmo definire “una lesione nella fiducia di base”. Un legame affettivo disfunzionale in infanzia si riflette nella mancata capacità di poter regolare ed elaborare cognitivamente le proprie emozioni. Le conseguenze si possono riflettere in comportamenti alimentari alterati e patologici associati anche ad altre condotte impulsive. Tutto ciò è volto a proteggere una struttura psichica debole e soggetta a frantumazione. Su un'identità cosi fragile si instaurano influenze provenienti da fattori esterni, tra cui il più importante è il fattore socioculturale. I DCA vengono definiti anche Disturbi Etnici (termine introdotto da Devereux nel 1955), ovvero disturbi in cui il sintomo rappresenta l’estremizzazione di un pensiero culturale, in questo caso quello occidentale: l’immagine femminile come estrema magrezza e come sinonimo di benessere. Secondo questo pensiero, il disturbo altro non è che l’espressione della contraddizione di fondo della società in un dato momento storico. Questo viene confermato dalla diminuita incidenza di DCA in popolazioni diverse da quella occidentale. Per concludere, citando Richard Gordon: “l'interiorizzazione del modello fisico dominante rappresenta una soluzione patologica del problema dell'identità, in quanto consente di ridurre il disagio causato dai sentimenti di debolezza e dal conflitto interiore”.

 

Il paziente Anoressico

 

La triade su cui ruota la patologia (DSM-5) si riassume in:

 

  • restrizione nell’assunzione di calorie che porta ad un peso corporeo significativamente basso nel contesto di età, sesso, traiettoria di sviluppo e salute fisica ed è da considerarsi come un peso inferiore al minimo normale;

  • intensa paura di ingrassare, anche  se si è  sottopeso;

  • alterazione nella percezione e nella valutazione del peso, delle forme corporee ed eccessiva influenza di questi ultimi sui livelli di autostima, accompagnati da una mancanza di riconoscimento della gravità della condizione di sottopeso stessa.

 

Il ridotto introito alimentare e le condotte di eliminazione, talvolta associate, possono portare a situazioni rilevanti e pericolose per la salute del paziente. I deficit nutrizionali associati influenzano l’organismo e sono causa di alterazioni su vari livelli: endocrini, ematologici, gastrointestinali e cardiovascolari. A livello fisico l’emaciazione è il riscontro più evidente. A seguire, le alterazioni di più comune rilevanza sono l’amenorrea (in conseguenza alla perdita di peso), l’intolleranza al freddo, il dolore addominale e la letargia. L’osso risulta alterato nella sua componente minerale esitando in osteoporosi ed osteopenia. Inoltre, manifestazioni come ipotermia, ipotensione e bradicardia possono essere presenti. In casi gravi l’alterata funzionalità cardiaca può portare alla morte. I dati in letteratura dimostrano come il paziente anoressico presenti un rischio di suicidio elevato e, pertanto, ideazioni e comportamenti suicidari debbono essere ricercati (APA 2014).

 

 

Il paziente Bulimico

 

Una persona affetta da bulimia nervosa presenta i seguenti sintomi (DSM-5):

 

  • abbuffate ricorrenti, caratterizzate dal consumo di grandi quantità di cibo e dalla sensazione di perdere il controllo sull’atto di mangiare.

  • Condotte compensatorie. Il vomito autoindotto è il meccanismo di compenso più utilizzato nella bulimia, molte persone utilizzano lassativi e diuretici impropriamente, altre fanno esercizio fisico in modo eccessivo.

  • Le abbuffate e le condotte compensatorie devono verificarsi almeno due volte a settimana per tre mesi.

  • Preoccupazione estrema per il peso e le forme corporee.

  • I fenomeni di bulimia non si manifestano esclusivamente nel corso di episodi di anoressia nervosa.

 

La caratteristica principale della bulimia nervosa è un circolo di auto mantenimento, basato sulla preoccupazione per il peso e le forme corporee, a cui consegue un ristretto regime alimentare. Il perfezionismo e la rigidità, imposti nella dieta, portano il paziente a manifestare impulsi incontrollabili a mangiare in maniera sproporzionata che si riflettono negli episodi di abbuffate. A seguito di ciò, si manifestano condotte di compenso, le stesse messe in atto anche dai pazienti anoressici, tra le quali la più comune nel bulimico è il vomito autoindotto, seguita dall’uso di lassativi e/o di diuretici.  A livello corporeo, il paziente si presenta sovente normopeso o in sovrappeso. In tali pazienti si riscontra amenorrea o irregolarità del ciclo mestruale. Di comune rilievo la presenza di erosioni allo smalto dentario, l’ipertrofia delle ghiandole salivari e le callosità sul dorso delle mani, espressioni della ripetuta induzione del vomito. Si ricorda che le conseguenze fatali, seppur rare, possono essere l’interessamento cardiaco (aritmie), le lacerazioni esofagee e la rottura gastrica.

 

Il disturbo da Binge-Eating (da alimentazione incontrollata)

 

Il BED è un disturbo che si presenta con episodi di abbuffate causate da stimoli emotivi. A differenza della bulimia non si presentano le condotte di compenso quali: restrizioni alimentari, vomito, esercizio fisico intenso, uso di diuretici o lassativi. Descritto nel 1959 da Albert Stunkard, la sua introduzione fra le patologie del DSM è avvenuta solo nel 2013. I dati epidemiologici vedono la patologia incrementarsi in occidente, arrivando allo 0.8% nell’uomo e all’1.6% nella donna (APA 2014). Questo disturbo, che a livello psicologico si riflette su stati emotivi negativi che possono arrivare a fenomeni depressivi, è soprattutto causa di aumento di peso e grave obesità. Chi soffre di binge eating disorder tenta numerose diete per perdere peso senza ottenere un risultato stabile. Infatti il problema è causato da una sofferenza psicologica con ripercussione sull’organismo. Ed è su questa causa che si concentra l’intervento psicologico.

 

La diagnosi si basa sui criteri DSM-5

 

A) Ricorrenti episodi di abbuffata.

Le abbuffate sono così definite

            1.         Mangiare in un determinato lasso di tempo (ad esempio 2 ore) una quantità di cibo significativamente superiore a quella che la maggior parte delle persone mangerebbe nello stesso periodo.

            2.         Sensazione di perdita del controllo durante l’abbuffata (ad esempio, sentire di non riuscire a smettere di mangiare, non riuscire a controllare cosa si sta mangiando)

B) Gli episodi di abbuffata sono associati a tre o più dei seguenti aspetti:

            1.         Mangiare più rapidamente del normale.

            2.         Consumare cibo fino a sentirsi sgradevolmente pieni.

            3.         Alimentarsi con grandi quantità di cibo anche se non si sente la fame.

            4.         Mangiare da soli perché si prova vergogna.

            5.         Sentirsi depressi, in colpa o provare disgusto verso sé stessi dopo l’abbuffata.

C) È presente un forte disagio legato alle abbuffate.

D) L’abbuffata si verifica almeno una volta a settimana per 3 mesi.

E) L’abbuffata non è seguita da condotto di compenso come nella bulimia nervosa e tali episodi non si verificano in concomitanza con bulimia nervosa e anoressia nervosa.

 

La terapia

 

Data la presenza di aspetti biologici, psichici e familiari, il trattamento dei DCA prevede varie competenze professionali e, quindi, la necessità di un intervento multidisciplinare. Il paziente anoressico, più del bulimico, spesso nega fortemente la malattia. I suoi comportamenti risultano egosintonici (cioè in armonia e coerenti con l’immagine di sé), la sua identità perciò rappresenta lo status desiderato a livello sociale, ciò implica una mancata richiesta di aiuto e di un trattamento. La terapia si basa su un approccio cognitivo-comportamentale a lunga durata, in quanto le recidive hanno un’alta frequenza. In alternativa, ci si può avvalorare anche di una terapia psicodinamica. Nei casi più gravi si richiede il ricovero ospedaliero o una terapia in regime di day-hospital. Generalmente si ricorre a tale soluzione quando il paziente manifesta alterazioni idroelettriche, abuso di sostanze (farmaci, lassativi, etc.) oppure un BMI < 15.

Dott. Carlo Magistri

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